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Daido Moriyama: Il Cane Randagio e l'Estetica dell'Errore

Ti ricordi l'ultima volta che hai cancellato uno scatto perché era mosso? Quel mezzo secondo di delusione, il pollice che corre verso il cestino perché "non è venuto nitido". Lo facciamo tutti, in automatico. Abbiamo imparato che il mosso è uno sbaglio, che la grana è sporcizia, che lo sfocato è roba da buttare. E se ti dicessi che uno dei fotografi più importanti del Novecento ha costruito sessant'anni di carriera proprio su quegli "errori"?


La Città come Organismo Vivente


C'è un momento, appena prima dell'alba o nel cuore della notte, in cui la città smette di essere un luogo geografico e diventa un organismo vivente: un mostro fatto di cemento, desideri repressi e luce artificiale. La maggior parte di noi distoglie lo sguardo. Daido Moriyama non ha fatto altro che fissarlo per oltre sessant'anni.


Per lui fotografare non è un atto intellettuale, non è una scelta estetica raffinata. È una risposta fisiologica, come il respiro. Non osserva il mondo dall'alto di un cavalletto, non cerca la distanza di sicurezza nella composizione perfetta. Scende in strada, si infila nei vicoli laterali, fiuta l'odore della città e si trasforma in un organismo che reagisce allo shock del reale. "Appena vado sulla strada principale entro subito in un vicolo, gironzolo solo nel retroscena. È lì che la città pulsa davvero."


Costruire il Mondo vs Subirlo


Esistono fotografi che costruiscono il mondo e fotografi che lo subiscono. I primi arrivano sul posto con un'idea già pronta e piegano la realtà finché non somiglia al loro progetto. I secondi si lasciano colpire, accettano di non avere il controllo, fanno entrare il caos.


Moriyama appartiene alla seconda specie. Negli anni Sessanta, con la rivista *Provoke*, lui e i suoi compagni risposero a un mondo invaso da immagini rassicuranti e propaganda commerciale nell'unico modo che sentivano onesto: con il disordine. "Non era un movimento monolitico racconterà poi era un impulso primitivo. Le nostre foto erano scatti-incidente. Volevamo liberare la fotografia dalla schiavitù alla descrizione." Il loro manifesto era un insulto alla certezza.


Are-Bure-Boke: Quando l'Errore Diventa Linguaggio


Da quell'impulso nasce la grammatica che ha cambiato la storia: are-bure-boke.


Are è la grana, la pellicola che non nasconde la propria natura chimica. È materia, è sabbia negli occhi. Bure è il mosso, perché congelare il tempo è una bugia: la città è flusso, è velocità. Boke è lo sfocato, perché la visione periferica quella con la coda dell'occhio è più onesta dello sguardo diretto e ben puntato.


Per Daido la nitidezza era una bugia borghese, una maschera per nascondere la violenza del reale. Nello stesso istante in cui noi, davanti al monitor, inseguiamo l'istogramma perfetto e i neri profondi, lui ci ricorda che la verità è ruvida e non chiede il permesso di essere bella.


Copiare una Copia


Nel 1969 realizza la serie Accident: fotografa incidenti d'auto, ma non dal vivo. Li scatta dai manifesti della polizia e dalle immagini in televisione. Come Andy Warhol, capisce che la realtà è ormai mediata, che viviamo dentro una copia di una copia. Ma mentre Warhol cerca la freddezza della superficie, Moriyama cerca il calore del sangue.


Per lui fotografare una donna per strada o fotografare un manifesto strappato di quella stessa donna è esattamente la stessa cosa: entrambe sono copie. "La fotografia è l'atto di copiare una copia." Una frase che toglie peso all'ego del fotografo e trasforma il mondo in un gigantesco archivio di segni.


E c'è un paradosso bellissimo nel suo vagabondare: molti pensano che per raccontare il mondo servano grandi viaggi. Daido, proprio come il nostro Luigi Ghirri tra le nebbie della provincia emiliana, ha capito che l'infinito si nasconde fuori dalla porta di casa. Non cerca l'immagine iconica, cerca il battito cardiaco quotidiano. Torna ossessivamente negli stessi luoghi. Shinjuku, sempre Shinjuku.


La Quantità che Diventa Qualità


Con la serie *Record* abbandona definitivamente la caccia al capolavoro. Pubblicazioni economiche, sottili, seriali: un diario che non ha intenzione di fermarsi. "Mi sono incamminato verso un tempo in cui non avevo intenzione di fermarmi mai più. Non cercavo più il capolavoro." Cerca l'accumulo. "Non mi interessa se la foto è bella o brutta. La scatto e basta. La quantità porta alla qualità."


Anche con l'arrivo del digitale non si è fermato, e ai puristi che lo criticano

risponde che del supporto non gli importa nulla: gli importa del qui e ora. Il digitale è solo un modo per essere ancora più veloce, ancora più invisibile, ancora più randagio.


Conclusione: Siamo Tutti Cani Randagi


Puoi anche restare fedele alla perfezione levigata del paesaggio, va benissimo. Ma non puoi ignorare la forza con cui Daido Moriyama ha urlato la sua verità, trasformando l'errore in un manifesto eterno.


La sua lezione è scomoda e necessaria: la fotografia non serve a spiegare il mondo, serve a complicarlo. Serve a ricordarci che la realtà è ruvida, instabile, sfuggente e che siamo tutti un po' cani randagi in cerca di qualcosa che abbiamo perso, o che forse non abbiamo mai avuto.


Quindi, la prossima volta che il pollice corre verso il cestino per cancellare uno scatto mosso, fermati un istante. Chiediti se quella sfocatura non sia, per una volta, più vera di tutti i tuoi scatti perfetti. Perché finché ci sarà luce e finché ci sarà ombra, lui sarà lì a scattare.


Buona luce a tutti.


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